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contributo per la sezione "about" dedicata alla Esposizione In Tempo Reale n.22 di Franco Vaccari a cura di Valerio Dehò.
(Castelfranco Veneto 21/9 - 21/12 1996)
di Giovanni Nicolini
Anche tu sei un artista (anche se ancora non lo sai!) è l’efficace slogan diffuso da uno dei principali controllori-produttori di cultura attivi sul territorio.
Il veicolo grafico è accattivante, la formulazione e gli obiettivi stanno qualche gradino più sotto. La spirale va concludendosi: dopo le culture rateali e gli pseudo accessi, i ceti medi passano all’incasso. La questione è politica: c'è chi aspira al riconoscimento in Borsa attratto da condizioni di favore finalmente trasparenti e pubblicizzate tra postal market e cronache virtuali e chi invece, più sensibile e consapevole del proprio censo finalmente promuovibile, aspira a valori più sfumati. Hanno capito in molti e contemporaneamente che il lavoro è il tempo morto alla vita avviandosi ad una situazione in cui tutto e tutti vogliono presentarsi come soggettività irriducibili con le quali è possibile solo un rapporto diretto, telepatico, mistico.
Si è prodotta una condizione di estrema debolezza non molto dissimile a quella che permeava la cultura dei consumi nella sua fase antelucana. L’unico vantaggio concesso ad una riflessione è l’esperienza fatta: i meccanismi di affermazione della merce sono infatti praticamente immutati. Solamente che la domanda ora, soddisfatti i bisogni intermedi e spesso sbilanciata su qualche eccedenza, chiede Cultura.
Nei casi più sofisticati Arte. Naturalmente non dall’angolazione del fruitore passivo e laterale, ma da quello attivo e partecipe di soggetto in causa. La cultura del consumo non ha sperimentato invano il secolo : la coscienza del pubblico è evoluta e ben strutturata. L’equazione consumo = consenso ha affermato inedite potenzialità: ecco perchè i termini appartengono alla sfera della amministrazione politica. Non si riflette a sufficienza sul ruolo della committenza politica in particolare in Italia dal dopoguerra ad oggi. Se tra i presupposti dell’arte vi è la sua inutilità e la sua vocazione ad una permanente condizione di dèpense, che ruolo hanno esercitato i centri locali, regionali e nazionali del controllo politico definendo criteri di produzione e di visibilità che da decenni ne contraddicono la natura? Questi Enti hanno assolto la funzione della pseudo-domanda ed i prodotti si sono orientati su di essa.Essi hanno prodotto il riciclaggio estetico fondante la personalizzazione generalizzata dell’individuo e dello sfruttamento culturale in una società concorrenziale al solo non indifferente fine di garantirsi oltre al consenso le necessarie modalità di conservazione. Tutto accade in una prospettiva secolarizzata dove l’emancipazione della cultura economica almeno dall’epoca illuministica ha neutralizzato la morale introducendo i parametri rivoluzionari che hanno beffato, tra i tanti, il valore della buona volontà.
La riduzione della morale ha visto dissolversi, tra i primi effetti, la fede in una salvezza per grazia e all’ambito dello spirituale ha supplito pragmaticamente la prospettiva economica esibendo le prove di una salvezza per fede nelle opere. Criterio oggettivamente più democratico ma duramente sfiduciato nella contemporaneità. Anche perchè come nella migliore tradizione i giochi paiono darsi con modalità assolutamente verticali: in contrapposizione all’ottusa frequentazione delle culture di superficie gli Apparati decisionali praticano culture alte. Bill Gates continua a rimestare il pentolone della trasparenza virtuale, Clinton festeggia con la famiglia la conferma in assenza dell’85% di americani che avevano di meglio a cui pensare e Bobbio oltre gli 80 confida con amarezza che tra gli errori centrali della sua testimonianza va posta la sottovalutazione dei poteri occulti. Si rivalutano le culture della segretezza in paradossale coincidenza con tempi votati alla polis globale. L’umanità pattina sulla superficie del pianeta mentre, una spanna sopra o sotto il livello del vivibile, scarsi giocatori ridotti a poche unità scommettono nei dominii della macroeconomia e della tecnica. Qui, tra consapevolezze tardive, l’economia rincorre l’etica (ottimizzando i percorsi della razionalità la tecnica sta di fatto depotenziando l’economia, esattamente come dall’epoca illuministica essa depotenziò la morale). Emanuele Severino definisce in conversazioni e pubblicazioni recenti le condizioni per cui la tecnica, massima espressione della razionalità, non può, tra l’altro, tollerare la nozione di profitto che dell’economia è il fondamento. La tecnica contemporanea, e maggiormente accadrà in futuro, si darà solo in un’ottica di perpetuo rilancio, di rinvestimento su di sè nella dissoluzione di qualunque forma di eccedenza: si progredirà in instabili equilibri tra la costante inadeguatezza dei mezzi in relazione agli scopi da conseguire. La telematica favorisce processi che assumono la qualità dell’immanenza e paradossalmente rinviano a condizioni archetipiche e tribali. Il tempo pare contrarsi negando le nozioni di passato e di futuro in una contemporaneità che tende ad assumere in sè la totalità delle cronologie. Appare vistosa l’allusione alla dimensione del sacrificio: la cultura dello spreco pervaderà la produzione di derivati ai quali difficilmente verrà negato il requisito della sacralitìà. Si potrebbe attribuire alla complessità di questo quadro e dei fenomeni che lo compongono la scarsa visibilità o l’inadeguatezza dell’arte a rappresentare e ad analizzare l’attualità.
Certo è improbabile che le opere possano ricondursi alla mimetica condizione dei linguaggi accademici o darsi con formalità convenzionali. Potrebbe essere gradevole ma tutto sommato inutile.
Occorrerebbero autentiche rivoluzioni estetiche; forti riferimenti e prospettive. La percezione andrebbe accostata alle masse confuse in cui si vanno definendo le manifestazioni: il linguaggio artistico dovrebbe intendere i problemi dell’innovazione e privilegiare, tra le opere, la produzione ed il controllo dei processi nella pratica di una autentica funzione attiva. Si favorirebbe il superamento dell’attuale fase dove perversamente, nemmeno il denaro, ricondotto con tutta la sfera dell’economia ad una dimensione di pura virtualità, è garante di nulla ed in particolare dei segni artistici. Viviamo infatti una condizione di generale amoralità in cui è sospesa la prospettiva dello scambio ed è richiesto, tra le prime conseguenze, che gli investimenti avvengano in assenza di risarcimento.(data non pervenuta)
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