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Ho tra le mani il libro
di poesie Lido alter ego della veneziana Gabriella Tiso, libro che,
dopo essere stato da me letto più volte, non temerà di
prendere la via del dimenticatoio. Ritenerlo interessante è ancora
poco, e per più ragioni, compresa tra l'altro la sua sobria veste
editoriale, visto che la Grafic House Editrice di Mestre-Venezia, che lo ha
stampato nel 1994, si &egrve; premurata di evidenziare l'uso di carta
ecologica nel rispetto dell'ambiente; compreso anche il corredo delle
illustrazioni fotografiche, la maggior parte delle quali riporta poetiche e
appropriate sculture di Giuseppe Vio; non trascurando, infine, la
prefazione di Giorgia Pollastri, pronta a cogliere, oltre ai motivi di
fondo, sensazioni e percezioni che permeano il testo.
Protagonista del
libro è la nobile isola del Lido di Venezia, che in questo caso non
gode dell'onore di essere oggettivata dalle attenzioni dell'autrice, in
quanto lunga striscia di terra e sabbia nota per la sua balnearità e
per l'annuale Mostra del Cinema.
Il rapporto autrice-opera è
manifesto e diretto al punto da rivelarsi "materno" nella sua matrice
corporea, perché l'isola "Lido" appare come un prodigioso e fecondo
ventre materno, amato e dichiarato da Gabriella Tiso quale causa originaria
del suo essere viva e presente. Si riscontra, infatti, una vitalità
che va oltre alla storicità degli anni e dei momenti lieti o meno
lieti, trascorsi nell'implacabile giro del tempo codificato dal calendario,
ed è proprio qui che l'opera raggiunge il suo esatto valore, a
conferma di quella sapiente concezione che la sorregge.
Si tratta di un
tempo eminentemente spirituale, impalpabile, magico, che nell'ambito della
sua temperie raccoglie, armonizzandoli ed equilibrandoli, sentimenti,
emozioni, gioia e sofferenza echeggiate dai ricordi. Anche l'amore,
più o meno passionale, vi trova posto e collocazione, con i suoi
raptus e le sue delusioni, ma questo amore si scompagina troppo in impulsi
anonimi, forse più desiderati che realmente vissuti. Secondo la
variabilità dell'animo di Gabriella Tiso, l'isola assume aspetti
diversi: è altresì, sorella, amica, confidente, mai
avversaria, oppure ostile. È un punto di arrivo, di partenza,
sopratutto un punto di ritorno; è vista, secondo un'ottica
particolare, come un Eden, un'Itaca per un Ulisse in gonnella, e più
umanamente, come una semplice oasi dove si è inconfondibilmente
sé stessi, capaci finalmente di realizzare la propria
identità. Il dissacrante "volgo profano", barbaro e chiassoso, resta
irrimediabilmente tagliato fuori.
Il poemetto, perché tale va
considerato, si conduce e si definisce con la composizione "L'albero del
diavolo". Attorno a quest'albero gigantesco, purtroppo estinto per
vetustà, c'è una motivazione tenera e lirica: i giochi, i
canti, la spensieratezza, rivivono nel fluido ritmo di versi ben assediato.
È un inno all'anima dell'Isola rappresentata da quel genio arboreo,
che tuttavia soffre la contraddizione di un appellativo datogli
dall'ignoranza popolare.
Circa la struttura del libro in oggetto, resta
da fare una riflessione, dal momento che si tratta di un'opera prima.
L'omogeneità dei vari pezzi che la compongono, felicemente
raccordati tra loro, induce a pensare ad una consumata esperienza adottata
dall'autrice, la quale, non più giovinetta, approda a questa sua
produzione in piena maturità di essere cosciente, avvertita
soprattutto dei molti pericoli del comporre cose al di fuori della piatta
routine dei nostri giorni.
Il lavoro di Gabriella Tiso è saturo
di un'atmosfera rarefatta, formata di parole che non pesano secondo il
comune concetto gravitazionale della fisicità propria di qualsiasi
discorso scritto. L'intimismo vi prende quota da un sentito processo
endofasico, e finisce per coinvolgere il lettore senza strappi né
rilassamenti. L'obiettivo di avvicinare e di convincere è raggiunto
con estrema, sorprendente naturalezza.
Attilio Carminati
tratto
dalla Rivista "Nexus"
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