Nato a Cavarzere nel 1928. Laureato in Medicina e Chirurgia, Primario
ospedaliero. Ha sempre coltivato l'interesse per la cultura classica,
ellenistico-latina e per l'evolversi della civiltà occidentale
ebraico-cristiana, attento ai progressi della Scienza e della Tecnica e al
contemporaneo sviluppo del pensiero filosofico moderno. Ha pubblicato, nel
1996, presso " Lalli Editore" (Poggibonsi, Siena), il volume: "Dai
Profondi - Racconti e Pensieri in versi come poesia". Collabora a
riviste letterarie e di cultura locale. Pubblica, a puntate, sulla Rivista
Internert "Dies irae" di Parigi-Nanterre al sito: http://serv
ices.worldnet.net/diesierae/GiovanniZanninello.htm"Storie
minime" sull' ultima civiltà contadina.
Ogni giorno attendo e aspetto
imminente
il passo entro il vuoto e il buio
e mi fingo la sua luce
contro gli occhi
e il brivido del vento
che lambirà novissimo le membra
e i pensieri in fuga
materiati
nei sensi come l'ultima fiammella
che vivo e dico.
E sia un amplesso
con l'aria del mattino.
La bora e l'onde increspate
vanno alla marina
oggi
sfiorata dal grido bianco
dai correnti dentro l'anima
domani
scivoleranno dentro l'anima
grande materna
dell'alvo fondo ceruleo
nel mare senza confini
in silenzio.
Verrà una sera l'angelo
e mi chiamerà
a gran voce il nome:
ne conosco il rombo.
E andrò nel buio
cercando un lume
agli occhi
lagrimando il mio ricordo
vagolando nei protoni
e i quark
fiori e soli ed acque
e lune chiare
in fremito d'amore.
E il piede esitante
oltre la soglia
tenterà l'aperto
immenso chiarore
di ombre
dentro il tiepido bacio
delle chiarine sonanti
spireranno leggere
carezze nel sonno
di quiete.
Quando l'ultimo fiato
si fredderà come il pianto
nell'aria ferma
di primavere sognate
udendo il silenzio
e lontani lamenti
i grandi occhi allora vedranno
vane farfalle
come di luce che danzi leggera
e inviti alla danza.
L'ultima goccia
geme dal ciglio
amaro
e
la stanca canizie ingela,
nell'aria più bella dell'alba
chiarisce il giorno
alla vita,
allora
l'ansiosa pupilla
nera
chiami forte
la luce sparata.
Rosa pallida un mattino
ti coglierò sporgendomi
sul ciglio
giù
dietro il tuo profumo
che mi rechi di lontano
il vento
narciso dell'oblio.
Lampi ho camminato
di fiori e di tempo
di rose e gigli
e sole fecondo
negl'inverni della neve
e negli autunni pallidi
o inebriati
agli orizzonti evanescenti
senza fini.
E venga la chimera
che andai sognando
vera
nei misteri.
Fuggendo dalle spoglie
crisalide dal guscio
salirò
volando tra le stelle
verso l'astro più lucente
che mi aspetta
lungo spazi interminabili
veloce più del tempo.
Come un animo di vento
sussurando
viene e annaspa e cerca
la sua foglia da portare
oltre
e poi dilegua,
senti i tocchi dell'ore
che fuggono lontani
e annebbia
dolcemente il guardo
e come il carro tra le nubi
vola
il silenzio muto.
Come l'agnello
segue dolce il campano
lontano
incespicando sul verde
canoro dell'alba
e l'aria fina e leggera
taglia la rondinella
e pigola al giorno
la sua preghiera
che si colora pian piano
cade l'anima stanca
nel sogno.
Come d'ali un fremito
alte al cielo
cigno candido
di falene trasparenti un coro
larve
infremerà il mio grido pallido
e come folgore
mi cecherà lo sguardo
e il sorriso
al mondo.
Come volare nel vuoto
sfiorando le cose fatte di nebbia
fredda
come cenere al vento
e le idee e gli amori
come di fumo
senza nome.
E il lampo nero
baleno all'orizzonte
il salto leggero
nell'ultimo suono
remoto.
O turbinanti faville
nella fornace
qualche guizzo io fermo
scintille
pezzi d'idea
che i nomi non so
delle cose fuggenti
sillabe storte
nella notte
come la pallida lucciola
sfarfaglia
e dispare nel buio.
O silenzi lunghissimi
immoti
come alberi freddi
neri nel sonno,
dal guscio ormai disseccato
la parola scivola via
come rotola l'acqua tra i sassi
trepida e inciampa
come il calicanto
dorato
nel profumo che danza
la notte.
Ch'io tremebondo il palpito
nel petto
ti carezzi amore
nell'ebbrezza prima
psiche vergine fanciulla
alata
diafana farfalla e voli
tra le ombre eterne
e le nozze attendo.
Vaporiera rugginosa
stride stanca il fischio fuggitivo
verso il lumicino
fioco dondolante
tra la nebbia
soffia un poco di vapore
e acqua
e poi più nulla
la ferraglia ferma.
Correndo i miei piedini
soffici sul prato
e i miei ricci nell'aureola
tiepida il mattino
me piccino
io volerò
achemio pallido
dal piumoso pappo
cullato verso il cielo nella brezza
felice più del sole.
Sorella antica
amica
nata dalla vita
comes
angelo del termine
alato bianco
compagno d'ogni giorno
ora prendimi per mano
fino al limitare
e lascia
ch'io mi vada solo
negli eterni
sperati
della Mente.
Nel buio l'ultima traccia sfavilla,
l'ultima goccia
bagna neuroni seccati
dendriti muti d'idea.
Dello Spirito
un'alba insufflato
negli eterni giardini
nulla conosco
che fortissima
mente sperai.
Giacio oramai
freddo mucchio
di formule chimiche.
Come dentro il vortice
grandine di gelo
crepitando batte
dardi e pietre
sulle vigne e infrange
e frusta
suoni amorfi e balbuzienti
acervo di rumori
ludibrio della mente
si discioglie il logos.