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![]() | Carla Zancarano | ![]() |
Tu mi dicevi: che
ora noi si é come i gabbiani
che vanno via leggeri verso
un'altra
alba lontana, un soffio vago e lieve
che sa di fiamma di
candela...
Tu non lo sai fratello la
pena
immensa nel lasciare le radici che a
volte,
solo per caso, credimi,
attecchiscono nei figli
germogli ed
impurità dell'essere
pavidi
acrobati sulla nostra carne,
ma l'ala
già palpita nello spasimo
del volo
e ti seguo sulla scia
di quella fiamma di
candela
E ancora mi chiedevi: Finita dove?
Quale veramente la
nostra fine
di creature umane? Ora si vola liberi
nel cielo mentre
l'azzurro infuria tutt'intorno
con un sibilo d'aria mite e
lieve...
E cento o forse mille ed ancor
di più
sono le volte in cui ho
cercato di dare
la risposta al nebuloso
senso della nostra vita
e se morte non
fosse altro che il volto in ombra
del Dio
terribile che sordo non perdona, ma è
così
intenso l'azzurro del tuo
cielo che cedo e cerco
la tua anima nel
sibilo d'aria mite e lieve.
Ah la dolcezza delle tue: lontane
più lontane stelle
che ardono di luce intermittente e
chiara,
vacillano sui tetti e gli abbaini...
Non c'è nulla,
tu chiedi, che sia non esistente
un Essere oltre l'Essere, un
Dio
senza forma, né spazio o voce o
volto?
E' tutto uno sciamare
lontano
di luce intensa e chiara che
squarcia
le tenebre, inonda e nutre tutto
ciò che non abbia
somiglianza e
voce di chi respira la divina
Essenza. E'
tempo, fratello, di riprendere i
nostri
antichi corpi, soffi di vita che
Spirito alimenta
dilaga luce ed è
sconfitta l'ombra
Dio è tutti noi
e noi un tutt'uno con l'Immenso
E' un capogiro quel luccichio
fra il verde: un
raggio si è impigliato
sul pioppo che ti fa da
sentinella.
Un fischio acuto moltiplica
il canto delle foglie e
noi
si va leggeri per viottoli di vento.
A volte, quasi per gioco,
a lungo
trattengo il mio respiro, nell'impotente
rabbia di non
capire il "dopo", ma poi
si smorza quell'onda di dolore
come un
riflusso che ritorna al mare.
Mi guardi dall'assurdo della
foto
fisso è l'azzurro nella purità
degli occhi,
perso in un punto
a noi del tutto sconosciuto.
Ti scaldo il volto
con l'alito
appannato e roteo con la mano attorno
al tuo sorriso,
si capovolge
all'improvviso il cielo e piomba
grigio e triste sopra
il prato.
Pensami, qualche volta, madre
nella fittizia pace di chi
vive solo
perché respira, pur se con te ho sepolto
la parte
buona della giovinezza e rode,
nell'angoscia, il non sapere
quando
ti pesa quell'immane marmo.
Nell'ora che cattura i brividi
del sole, sono
partite.
Profondi solchi feriscono l'azzurro,
sentieri d'acqua
s'aprono, un sogno
d'ali si ricama sul bronzeo
del rintocco
vespertino.
Le rauca grida affondano nei nidi vuoti
sul campo
brullo, si perdono
nel vento che asperge
dai comignoli
d'incenso.
Sono partite, ma ritorneranno
come battiti più
intensi e piume
nuove, ma non per me è
così
ciò che è fuggito lo so che non
ritorna
ed io, rondine di barena, più non
migro.
Paese
arrampicato sugli ulivi
un corteo verde che sale verso il
colle.
Nel grembo tuo di pane si ferma
attonito il tempo degli
affanni.
Un vecchio, il sole dentro gli occhi,
scaglia una pietra,
del mare l'anima
raccoglie. Un uscio sbatte al vento,
una ragazza,
cuore di cielo,
intona sommessa nenia antica.
E tutto
tace...
lento fluire della vita, nei grani
del rosario avaro
giorno
scivola tra le rugose dita.
Plana un uccello su un
prato
di ricordi, l'ala a raggiera
dispiega sopra l'eterno
monte.
Nel
gioco danzante di polline
e luce il latteo dell'alba riapre
gli
obliqui percorsi del giorno.
Silenzi di ore inglobate
dal sole, di
gesti inconsulti, di stanche
parole, poi ancora la notte mi cerca
e
mi trova avvolta in sudari
di noia, distesa sul ventre del
nulla.
Vi prego parlatemi ancora
degli irti sentieri battuti da frus
te
di vento, del suono del gregge
che scende e tintinna sempre
più piano,
dell'urlo del lupo che sale
e scheggia le stelle,
non temo l'indugio
nel passo che genera l'ombra, il rito
del sogno
che non ha celebranti e questo ritorno
diventa ogni volta difficile e
vano.
Evapora
in spire azzurrine
il caldo respiro del mare,
non esiste un
confine
alla memoria se l'orizzonte
è così vasto e
lontano.
Lenti e sinuosi guizzano
delfini, seguono la
traiettoria
delle stelle e... muoiono d'amore.
Partire, dimenticare
l'abisso
di perla dei tuoi occhi
/percorsi immutabili
d'ombra/
che nutrono addii senza speranza.
Un walzer d'anfibi
scompiglia
il singhiozzo dell'onda
e mentre la prora ed a
oriente
anche la bestemmia del marinaio
diventa suadente,
nostalgico canto.
Questo giorno che
nasce dal cuore
di un sole malato, è un giorno
perfettamente
uguale ai cento
passati ed ai mille a venire
I mutamenti sono
piccole sfere
di arruginiti ingranaggi
nulla muta
nel
mostruoso gioco dell'eternità.
E noi patetiche
marionette
dai fragili fili di vetro, caparbi
insistiamo nel
chiudere l'angoscia
del vivere in gusci ermeticamente
sigillati,
delegando all'infido
sogno il vanto di essere
umani.

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