|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
![]() | Gabriella Tiso | ![]() |
Semel in anno vengo a
rinascere
nel mio paese di sale, dove parole
scolpite da una pietra
dal saggio
della diga, gridano: - Il faro è vita, gioia.
Il
paradiso può attendere. -
Qui mi spoglio dell'abito
stinto,
cantando una preghiera al sole:
una sillaba per ogni
colore,
per ogni suono, per ogni erba.
Semel in anno vengo ad
amare
nel mio paese d'alcove migranti
dove duna, albero o
spirito
sono d'etere e sabbia, dove
si spengono nel vento le
tamerici,
incerte del loro stesso esistere;
Semel in anno vengo un
pò a morire
nel mio paese di mantra, di ritornelli,
di linfa
verde giada, di strani clow
in perenne competizione sulla
battaglia.
Dopo il transito m'inventerò una cometa
dalla
scia oro paglierino.
Camminando nel
paese dei camosci
cedo lo sguardo ad una terra
che ha vette per
confine e acque chiare
che s'ingorgano nell'ansa del
Bòite.
Scorre un silenzio acerbo tra i ginepri,
la neve
sciolta al sole dell'inverno
odora di buono, l'erba vecchia
ai
limiti della radura cela tracce di lupi.
Camminando nel paese dei
camosci
odo cuori che pulsano innocenti
nelle uova d'uccelli
sfuggiti all'Eliso.
Da larici e abeti suoni di flauto
salgono al
sole, il grande saggio.
E tu sei statua bisognosa di
montagne,
da sbatterci contro il pensiero.
Il cappello di
paglia
nell'angolo più calmo del giorno
quando il sole muta
posizioni
osseva segni sviliti,
avanzi sulla rena, legni
fradici,
teschi di animali.
Nell'estate che incede
si ripete
una vena di suoni,
sinagoga di voci
nel vento graffiato
dall'arsura.
IL cappello di paglia, reclinato
sulla propria
debole ombra,
ascolta gli spiriti dell'isola
che narrano
storie,
ordiscono beffe.
Più tardi cercando una
testa
dove posarsi a misura d'uomo.
Estate nella casa sul
colle
dove, una volta, c'era il letto
di un bambino. Dal fondo del
bosco
viene un profumo di castagno,
roveto e legna
tagliata;
felci si aprono nell'aria rotta
dal tempo delle
favole.
È amore, si dice, questa percezione reale
oltre le
maglie del crepuscolo,
mille occhi stupefatti, sopra la lirica
dei
corpi colpiti dallo strale,
vocali aperte nel silenzio denso di
suoni,
echi, grida sospese, vicine e lontanissime.
Qui rinasce il
canto di Alice,
fuori dal baratro d'ortiche.
Qui cade verticale la
luce della luna,
piccoli laghi bianchi sulla pelle
a sfidare ancora
il tempo dei colori.
Sogno un bel
falò che brucia parole.
Parole senza un senso, di polvere
e
d'ogni modo che vanno dalle valli
alla scadenza breve delle
rive;
parole che fiutano segni, semenze,
seguaci di piste, di
stagioni fatue,
di punti d'acqua sulla scorza del pianeta,
ritte
sul taglio fulgido del giorno.
Parole eterne che sbadigliano
sabbia,
parole che trapassano il cuore,
nutrendoci di fiabe,
suggestioni,
presagi, ipotesi, euforie.
Io le ricordo
tutte.
Stanotte mi hai
chiamata.
Il mio nome ha viaggiato per il cielo
nel momento in cui
il vento cambiava
direzione, fino a sciogliere la bruna
più
incallita. Mi ha indicato l'ocra
di questa rena dove i tuoi piedi
belli
hanno impresso senza polaroid segni
che il tempo non
evacua.
Ci furono pure altri segni: ruote
di una sedia mai gradita,
scagliata
un giorno da un dirupo, rilevando poi
sorprendenti ali di
gabbiano.
Ovunque tu sia, potrò mai raggiungerti
con i
miei ridicoli saltelli?
Respiriamo, compagne,
il silenzio poroso
di un'alba ginevrina, sintesi magica
d'una
follia tout-coutr, fuori da un'identità
posticcia. Acquarelli
bicolori stesi sul lago,
plasmate dalla rabbia, saremo
fraintese
ancora una volta nel senso d'abbandono?
Bambine che
giocano col sole e con le raffiche
di pioggia, piccole Eve sature di
tante vite,
s'insinuerà ancora tra le efelidi dei nostri
corpi
quel dio dov'erano verdetti le pietre?
Versa una grigia
lacrima l'occhio di Ciclope,
quando l'ombra si fonde nella luce,
attimo
puro nell'unità degli astri e da spalle
curve
rimuoveremo ali di piombo.
Stanotte, disseminate in suolo
straniero,
lasceremo solo conchiglie, il cui silenzio
ha voce di
mare.
Siamo soli sul ciglio
del dirupo
io e uno spiffero uscito da un rilievo.
Silenzio
assoluto con lanterna la notte
e quel respiro a tratti
prolungato.
Emblema casto di un raro passato,
uno gnomo leggero
danza con libero
accesso al tempo che rimane.
Copyrighti © 1996 Danae Com! All Right
Reserved.
home danae
mail to:
danae@pianeta.it