E' nato a Verbania nel 1957 e abita a Novara. Scrive poesie
dal 1979. Collabora da molti anni alla rivista "Alla Bottega" di Milano e,
dal giugno del '95, alla rivista "Contro Corrente". Nell'edizione 1993 del
concorso Aspera la giuria gli ha conferito il primo premio per la poesia
Bhutan. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Anime confinate
(gran parte delle quali sono apparse su "Alla Bottega") per la Milano libri
nel 1992, e Cuba per le edizioni Ibiskos
di Empoli. In conseguimento del premio assoluto al concorso "Contro
Corrente" 1997 gli ha consentito di raccogliere il corpus della sua
produzione nella silloge poetica Memorie da un pianeta. Per
ulteriori informazioni e contatti e-mail: mastromauro@earthcorp.com<
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L'uragano abbandona i campi. Ha
trascinato nelle strade fiumi di macerie, lacrime di rabbia.
Il
vento ancora l'insegue, accecato dall'ansia. S'infrange contro gli
scogli, piega le palme, preme e attanaglia il petto d'ogni temerario
che l'affronta.
Il parco centrale è deserto, cupo, sotto
i colpi improvvisi della'affanno. Il vecchio, rifugiato da
giorni, davvero non si sbaglia ad aspettare, cuore assetato in
gabbia, che s'annunci una rimonta e le onde sospendano ogni
allarme... che lo sguardo, rincorra le ombre sul lungomare, ombre
sfuggite alla luce, dietro le colonne,
atterite.
A Mar Verde, le case vuote, il silenzio estenuato, Felix
mastica foglie di tabacco, piano, nell'angolo buio. Il respiro
odora di fumo, stanchezza. Un cane s'avvicina, affamato, cerca la
sua mano, gioca, si scuote. Lo sguardo l'accarezza, Da sé, ora,
lo distoglie.
Di Camillo non c'è traccia (i suoni
sommessi dell'alba già attraversano l'aria, spettri,
paure). Il cabe dorme. Rimarrà, domani, questo sonno
profondo, solitario. Per noi altre salite, attacchi nella
sterpaglia, grida, spari, discese senza sentieri, voglia di tornare
su larghe pianure.
Bisbigli nell'occhio, sussurri. Segnali indecifrati vicino
a Pucarà. Tra le radici degli alberi sono caduti. Mentre
avanzavano, in fila, lungo sentieri sconosciuti. Mentre con occhi
di bambini scrutavano le ombre nella boscaglia.
Mani di madre
accesero i lumini, servirono l'ajiaco, per cena, ai loro più
adorati santi protettori, ma non guadagnarono alla speranza un
altro inverno, né un soffio di rivolta, né la
battaglia.
Prigionieri della notte, senza cibo, senza
compagni. Immobili nella notte, chiara, degli orrori... Nulla
può essere cambiato, neppure un istante della loro
vita.
(E il Sud del mondo aspetta un timido risveglio, una
cometa. Lungo i sentieri del sulenzio dal Mar delle Antille a Capo
Horn. Finché la Storia, con forza, di nuovo lo
percuoteràsprigionando in alto le
scintille).
Il lungo giorno finisce tra le ombre di San Là.
D'improvviso tra le nuvole hanno cosparso il cielo di cupe macchie
d'angoscia. C'è, nel salto bizzarro oltre l'acquitrino, una
bellezza incomprensibile, sorrriso di ragazza in piedi,
sogno indolore contro il fiato dei passanti scomparso. Così
bella, così buia, gioia del destino, strano
scompiglio.
Tesa, vigile, distante: sottile strappo della
gonna dimenticato sulla coscia segnata dal volume stretto fra le
dita. Lungo il giorno indiscreto, non lume, non vento e vortice
né risveglio, è lontana da sé, da me. I capelli
neri, lucidi (segreto bisbiglio), lasciano febbre di
scontento, ardore e gioco, curiosità
sfinita.
Qualcuno scava dove la città s'è perduta,
sotto i pendii delle Ande. L'ombra cresce tra l'erba, fredda di
ghiaccio e lava, annerisce la stanchezza del giorno.
Finché la notte depreda il silenzio dei morti e sibila come
serpente tra le rocce. L'alba ha un odore di fiero, respira dalle
cavità della pietra, osserva con gli occhi dei passeggeri,
paziente. Sul treno per il porto di Arica il sonno nasconde le
pianure: la stretta delle dita infantili rivela il lento approdo di
nubi che in molte attraccano sicure.
Giovane donna sorprendo dove i condor scrutano i campi e le
greggi precipitano dalle alture. Lunghe ali si alzano in
volo; restano immobili sulle correnti, sicure. Canto solitario,
passi e ombre di fuoco attorno al lago Titicaca: un bambino aspetta
tra i giunchi un richiamo prima di rincasare. Osserva i guanachi, a
centinaia, fuggire i suoi sentieri.
Tu sei qui, non ti lasci
toccare e sparisci, anche tu, sugli altipiani. Ho lasciato La Paz
per sentire la tue dita e addormentare i tuoi fianchi.
Leggeri
si muovono, silenziosi e segreti, dentro il respiro notturno dei
vulcani.
Una cantilena di tamburi:
angelo custode tra i colori della lana, i fumi dell'incenso, sulle
soglie delle case in penombra. Nella chiesa di San Thomas la febbre
annebbia i vetri e le candele illuminano l'attesa dei bambini in
silenzio: Dio è un immenso vapore che si
diffonde, innumerevoli lumi sempre accesi (non toccate questi
fuochi, le figure buie, i volti tetri che affiorano dalle enormi
tele). La notte, attenta, tace: il suo artiglio ha straziato il
vuoto questa volta, le preghiere l'hanno tratta in
inganno