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Franca Fava |
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Vive a Olmi in provincia di Treviso. Ha pubblicato le raccolte di
poesia:Generazione, quaderni di poesia cura del G.P.A. Formica Nera
(Pd. 1983); Cuore di paglia, Ed. Forum Quinta Generazione (Fo,
1985); Giardino d'inverno, All'Antico Mercato Saraceno (Tv.
1987).
Ha partecipato alle Antologie: Antologia poeti padovani,
Ed. G.P.A. Formica Nera (Pd. 1984); Discorso diretto, Edizioni
Canova (Tv. 1985); Segnali, Edizioni del Leone (Ve. 1985); La
poesia nel vento, Ed. Forum Quinta Generazione (Fo, 1986).
Inoltre
ha pubblicato il volume di prosa Sfogliami, Spogliami, Ed. CLUEB
(Bo. 1994).
Spiando
sottilmente
la notte ai
sali d'argento
t'addormentasti
di pelle bizantina
Nel flusso rigettata la tenera imprevidenza
ridistilla chiara lucentezza
un'isola come destino, un segno a margine
che chiama memoria personale, matematica deriva
(forse amor di cui cessa misura?)
Scalpita unica luna vera, un pane azzimo
ma io appartengo a quello sguardo breve
che mi crocefigge alla luce radente
ogni sera dove chiude la camera obscura
fiamminga, nella stanchezza di neve.
Avevi un
solstizio
per anergare
l'inverno,
un cuore al
tungsteno
per ingannare i
nudi rami.
1.
Senza Tu, senza padre non vivresti
che un virato amore di paesaggio
allocato in punto zero, a boccascena
o perso in recto e verso, malattia del diario.
E in Calle della Mandola, mattino spaesato
chiedi a te di te, della tua assenza
un non so che spiato dal pertugio
tra una mezzanotte e l'altra, studiando
la forma del congedo dal sogno.
Per te, invece, la consegna del divino
e del tremendum, trovarobe dello sguardo
che viene e riviene in un grumo di luce,
giusto a decrittare la scatola dell'ombra:
ad occhi chiusi scatterai senza tremore
in un lontano spazio sconosciuto
le declic, come un rinculo di fucile
soltanto per un sorriso nel niente
del tempo, dell'uomo che guarda
la copia dal vero di un'anima in carta.
2.
Credi allo strazio
di un albero senz'ombra
l'ipotesi sdrucciola
rimasta a mezz'aria
nel tempo perso in silenzio
di frodo, nudità d'ora.
Come può essere
andar via di distanze immensurabili e gemme
e luminazioni, alibi di piogge
per perdersi e sfocate luci
(vanno dritte al cuore, se ci pensi).
A nutrire il solo sguardo
le trasparenze attraversate, voci
negate da una padre taciturno
invano attese, la tenera cura
che non sapesti pronunciare:
infine questo desidero senza requie
d'essere un ramo assorto controsole.
3.
I.
Emergo dalla tua bocca, rossa
ferita immedicabile e cifra desolata
per questo nonnulla, un barocco cartiglio
senza qui e ora di una storia:
nella camerula di maghiche lanterne.
II.
Ma tu raccontami ugulmente la luna,
torno torno la furia della gioia
tanto questo tempo lungo plana
come rondone a pugnale, fila
il calivo e il sentimento dell'ora.
III.
Un sottile inganno all'albumina,
nell'età del collodio un phantasmata
esposto a un'impietosa albedo
e io un tristiam al bianconero inverno
offro la mia nuova inquietante neve.
IV.
Quale messaggio si cela, prelude
a noi nello sguardo di un capriolo
e forse proprio io nel segreto, dentro
il vibrante senhal, nel cono di luce
dove tradotto è il presente, imperdonabile.
V.
Mettiamo poi il giuoco degli specchi,
il sette e la Giudecca sconsolata
un giorno sovraesposto di settembre:
nello sguardo a spezzare sequenze e simmetrie
una rifratta particula di stella.
VI.
La fatica della notte che si vuota
ho nelle mani, vita anfibia e prenatale
riporto a memoria immagindo il bianco
di nevischio, il giorno luteo autunnale
in cui mi diedero alla luce e al confine.
4.
Una poesia
d'amore
(come se le altre non lo fossero...)
Grido e grido questa frattura al cuore
come una benedizione, madrugada attesa
attimo baleno di tutte le voci di nebbia...
Fino a dire ciò che non è, quel che rimane
inesorabilmente ai bordi di ogni sentimento,
di ogni celluloide ferita dentro lo sguardo.
E perdona la melanconia saturnina,
la meccanica della lettera come della camera:
accresce materia e stupore del nulla,
io l'amo quale fondaco più sventurato di sè,
un cambiaregole, il senso orario del gioco
come perfezione fugace e accecante,
un albero senza più fremiti e profumi
diventato violenza superficiale infine.
Ancora e ancora sarai l'uomo difficile
che trasceglie stelle dal diaporama,
in un freddo tramonto novembrino
di ferro e stazioni, contro lo scarto
dell'illusione e la dismisura del buio.
Tragicamente occupata dalla parola più vasta
e da un possibile futuro io mi chiedo
se siamo stati semplici varianti dell'essere.
5.
Potessi cadere in un punto
senza spazio, inattingibile alla parola
(vieni da molto lontono, imprecisa);
ma ogni volta è l'ora del pomeriggio
senz'ombra, inganno capovolto
da un'inezia, innamoramento
che preme e arde a fuoco bianco.
Essere tutto sì, ma tutto cosa
dentro Modena solitaria e allusiva
praticando il desiderio e il dono
del sorriso, la chimica della luce
così lieve al sottomondo in fuga,
già negli occhi la tesa ragnatela
imperfetta di vigne a prosecco,
esercizio della casa e nuvola terragna.
Ciò che consente d'esser veritiera
alla grafia del dono lunare, alla fretta
di tornare prima che chiuda
inesorabile il nodo della notte.
6.
Tu conosci la luce bianca
che irrompe dopo sogni lunghi,
nuvole di Cornovaglia, il dono
del silenzio rabbrividito nel melo
e nel suo fiore così breve:
potesse questa solitudine
amarsi nella cecità del tramonto
o negli intatti portici notturni.
La sua lunga coda di gazza,
questo e non altro induce
a uno stato detto meraviglia,
ogni volta sempre troppo tardi
per decidere sotto quale cielo
vogliamo vivere, in attesa
d'un pirata saraceno o un uomo
come tanti, dalla camicia azzurra.
Triste come un uccello di palude
la vita che seduce e insieme offende.
7.
Guarda questo mio fioco stare
di luna nuova: da animula
o donna del silenzio e dunque
trasognando un mattino acceso di pettirossi.
Così anche il predatore, morbide
frange nell'inverno dello scontento
ma aspettando sottoneve il male
che non fa male, il pianto
delle viti tagliate in omaggio
alla ruvida pelle dell'aprile.
Ora ti ho nello sguardo e come
potrà questo corpo avanzare senz'ombra,
simile alla luce che fiorisce e poi
ritorna alla sua radice oscura, a norma.
La parola, lo sai, è annegata
nel vortice di se stessa, mentre invocava
il destino e il nuvolario abbandonati,
la loro lenitiva legatoria del tempo zero.
La vita evolve a una terraferma
ch'è dolore e dettaglio d'uva spina.
Poichè ritorno a raccogliermi in nuvola,
schiusi le labbra e attendi nella pioggia
l'ipotesi di un tango da milonga
grandangolo che tutto abbraccia
la notte di collina e galateo.
Vaneggio un tumulto a fragole e marzemino,
porte spalancate da un'aurora all'altra,
assurdo doganiere tu mi chiedi un libro:
come vuoi ch'io possa mai donare
ciò che in me non ha confini?
Narra piuttosto di stelle spente
se han fatto notte avanti sera per distrarti,
l'inganno è clairdelune da fuori,
dalla notte privata degli orizzonti.
Cosa mi dici poi dell'Atlantico,
da quale costa io incredula rimando
questa pelle, il suo richiamo disperato:
dolce e bionda, August, dolce
di campi di malto e lino delle fate,
t'abbandono solo per sfiorarti controvento.
8.
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