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Narda Fattori |
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... e curo nel giardino la gramigna
Veleggiava una nuvola vagabonda
sui ponti d'arcobaleno
- ginocchia sbucciate sul ghiaino
per inseguir centauri ed ippogrifi -
La bicicletta quella delle trecce
del tempo banderuola
è crocefissa giù in cantina.
La vecchia filava il suo rosario
di grani seminati per la via
per passeri ingordi per ritorni
per scarsa presa delle dita
per troppi incontri con l'ortica.
Che vuoi che dica amica mia?
Girano ancora le giostre nelle fiere
e le ginestre s'inerpicano sui sassi
come quando a fasci vi tuffavo il viso
regina delle fole maga e sonagliera.
E non ha cambiato profumo la lavanda
e le foglie fruscian come sempre
- piove più spesso però e il sole brucia
così si sta fra muri spessi nelle tane
che la pelle s'è fatta trasparente -
Ormai le ferite rosseggiano d'autunno
e curo nel giardino la gramigna
che non muore al vento di settembre.
Fra bivacchi di canne
mi fissa immota una rana
seduta sullo scuro ramo
che la linfa ` finita nella mota.
Nella ragnatela sgranata
avido argento tentacolare
per voli bassi mete accostate
s'annida una tentazione finale.
Nel silenzio templare
delle acque stagnanti trilla
improvviso
un pugno di piume.
Mi tocco. Sento carne ancora
e ossa per la polvere
e sangue
per il fiorire della rosa.
Palpita sul collo un nonsochè
di vivo.
Noi che non abbiamo da perdere
che un'icona specchiata
morta che fu meraviglia
del desiderio di mezzogiorno
supplichiamo la penna
per un sottobosco di suoni
che articoli statuti
anche provvisori
di più certa definizione e senza mora.
L'autocertificazione d'inchiostro
però una qualunque pioggia disfa
in rivoli nerastri.
L'icona è sempre ciò che resta.
Da questo colle non m'inquieta
il deserto dell'ora che imbruna oltre
l'aspra rupe che accoglie
nelle crepe mesti ciuffi scuri.
Cammino sul ciglio e non tremo
all'instabile equilibrio del passo
- altro modo d'avanzar non conosco -
che indizi non lascia nè orme.
M'attardo alla svolta che attende
trafitta da un panico nuovo.
Se oltre l'abisso? Se oltre
un sasso che buca la fronte?
Ma sono tante le svolte affrontate
sulla cerchia amata dei colli
con appena un sussulto del cuore.
Svolto la rupe dentro la sera
come svoltassi la vita intera
Conosco le voci d'ombra
che cavalcano la notte i rami
il pozzo oscuro delle speranze vane
spalancate a voragine sul tempo.
Gli addii conosco delle foglie
che girano l'angolo d'autunno
arcobaleno franto senza rotta
a sfrigolare sotto una pedata.
Le parole conosco del quotidiano
rito che si consuma senza altari
fatica ingravidata per il pane.
La mia terra conosco il suo mare
e i salti impuberi sulle focherine
le zolle e le parole grasse
poi il garbino distante sui giacigli
corpi e pensieri sfatti
in brume salate di sudore.
Di me conosco solo il riflesso franto
di donna su acqua di ruscello
cui corre negli occhi una risatella
quando a lucciconi precipita da un sasso.
Alla vita chiedemmo - quel Moby Dick
vorace sempre a ridosso
a noi col rischio eterno del naufragio -
un'odissea di mare ma pure un approdo
provvisorio su una spiaggia di rena chiara.
Si starebbe un poco con gli amici
attorno a un fuoco a parlare sparso
dirci del vento di un dolore ai denti
lavarci via il sale e anche cantare
Un'isola chiedemmo se cinta da scogliere
perché non ci spaventa il gran fragore
delle onde dure sulla pietra
- da dove sono venute torneranno
e torneranno ancora sulle rocce
lasciandoci un sospetto di palmizi
da qualche parte un sorriso breve.
Qui vorremmo sostare col battesimo
di qualche goccia appena che rifrange
un raggio d'oro e poi si spegne al suolo.
Stenta l'alba di febbraio
a dissolvere la nuvolaglia
tacite intese di livore
nell'aria.
Così fra i muri e per le strade
in spire di nebbia vanno
parole a funambola
cave sonorità irridenti
il greve silenzio dei camini
il fuoco in dissolvenza
in bave a perdere
Caldo di sonno un bambino
pulsa già il suo wargame
alla madre scompiglio di viso
e i capelli
l'oroscopo convinto dallo schermo
inietta la sua dose
di resistenza quotidiana
a peredere.
Come unico spiraglio
fonemi balbuzienti
m'invitano al fraseggio
ma
c'è una frattura nel senso
uno iato troppo vento
a trasfugare il poco fiato
Covo
una tentazione d'ostrica
a coltivar la sabbia
per un luccichio di perla
appena supposto in sogno.
Ancora sul proscenio
mi spacca i denti un urlo.
Questo continuo scendere
salire scale
usare le parole per mangiare
girare una chiavetta per andare
questo quotidiano ripetersi
d'eventi piccoli ed esigenti
sarebbe la vita una gran noia
non mi fosse rimasta la meraviglia
uno sguardo pieno di domande
quelle formiche nere sempre in fila
quel fogliame folto a coprir croci.
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