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introduzione critica al catalogo della mostra di Roberto Daolio

PRESENZE


        Un tempo, nemmeno tanto lontano, si era soliti definire, o meglio, cercare di trovare una sorta di comune denominatore ai cosiddetti prodotti delle arti e dell'ingegno, risalendo al comune "territtorio" di appartenenza. Il concetto stesso di territtorio si presta ad essere coniugato ed esteso sia in termini geografici che storico-antropologici; e al contempo, può essere utilizzato come agile metafora in grado di rappresentare una realtà e le sue proiezioni. Oggi come oggi questa espressione linguistica tende sempre più a dilatarsi e a rendersi ambigua nei "confini" di un dominio o di una "giurisdizione". E, in fondo, non fa che riflettere una sorta di disagio storico e sociale nei confronti di riscoperte regionalistiche o localistiche, a cui attribuire insidiose legittimazioni di vicinanza e di affinità. Tuttavia l'Arte vera da sempre fugge e supera simili costrizioni elevando il particolare a universale e, soprattutto, ri-territorializzando i segni e i valori nell'ambito delle differenze come qualità e come conoscenza. In questo senso e in questa direzione si deve leggere la felice proposta di questa mostra di artisti dell'Emilia Romagna a Monaco, curata con passione da Marc Weis e Hilke Moller.
        Sono artisti dell'ultima generazione; di coloro cioè, che nati all'interno degli anni '70 hanno cominciato ad esporre e a farsi conoscere (non solo in un ambito circostritto) proprio in quest'ultima decade del secolo. Sono giovani anagraficamente, ma spesso il loro curriculum è già molto ricco di esperienze anche (per alcuni) di carattere internazionale.
        Gravitano principalmente attorno a Bologna sebbene la loro provenienza si estenda lungo l'asse della via Emilia: da Parma, Modena, Ferrara a Rimini. Molti di loro hanno studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna e le loro prime occasioni in segnalazioni di carattere espositivo sono avvenute nell'ambito delle iniziative proposte dal Circuito dei Giovani Artisti Italiani, proposto dai vari Assessorati alla Cultura e alle Politiche Giovanili delle città dell'Emilia Romagna. E spesso hanno trovato un loro punto di riferimento nella vivace attività della Galleria-Associazione Culturale Neon di Bologna.
        Tuttavia se volessimo tentare di indicare o di trovare degli elementi comuni in questi artisti, non dovremmo cercarli in una sorta di "specificità" di luogo o di territtorio. In quanto, non solo perchè cadremmo immediatamente in contraddizione, ma proprio perchè la verità e la singolarità dei linguaggi e dei modelli espressivi, li colloca all'interno di un percorso generazionale aperto al confronto con la realtà nel suo insieme più complesso e caratterizzato. Sempre più l'arte diventa e si trasforma in un modello di conoscenza. Sempre più l'arte affronta i diversi passaggi da un linguaggio all'altro con la massima libertà. E sempre più gli artisti cessano di riconoscersi in uno "stile", per muoversi invece operativamente ed il più lontano possibile dagli "ismi" della storia o da quelli (improponibili) della cronaca.
        Forse, è proprio questa generazione che si trova faccia a faccia con l'impossibilità di competere con i modelli e con le varianti dell'immaginario simbolico catturato dalla tecnologia, a dovere trasformare il proprio impegno in una disponibilità costante ad approfondire una scelta, a modificare un atteggiamento come esigenza "individuale" di autenticità.
        Spesso il grado di legittimazione di un linguaggio non viene ricercato nei principi essenziali ed esemplari di un sistema, ma piuttosto si modificano i rapporti di avvicinamento o di allontanamento alle regole che traducono il tutto in una serie di relazioni individuali. Se le spinte utopiche si sono esaurite con la normalizzazione delle Avanguardie e con il loro dissolvimento, ora le distanze da colmare o gli spazi da vivificare di nuovo appartengono alla possibilità di un approfondimento. All'intensità e all'esattezza, formale e concettuale di una partecipazione diretta e capace di modificare i rapporti con il mondo sotto le spinte di una dedizione completa, sebbene graduata sulla trama della leggerezza.
        Spostando l'attenzione sugli artisti in particolare, possiamo rilevare come queste caratteristiche generazionali riflettono una singolarità di forme che costringe ad un avvicinamento cauto e mediato e, soprattutto, lontano dall'esigenza di una forzata aggregazione. Qualcuno ha affermato che i giovani artisti di questi nostri maturi Anni Novanta non "hanno passato"; si potrebbe aggiungere che non vogliono averne, in quanto e comunque perchè ci sarà sempre chi ne vorrà affidare loro uno.
        Forse, non "avere passato" può voler significare non sentirsene attribuire "uno" di comodo per contrasto, per affinità o per pratica volontà di catalogazione... Il "passato" c'è eccome!
        Solamente non viene inteso come bagaglio o carico trasmesso pesantemente per via genetica e gravato di riconoscimenti genealogici e "familiari". C'è, esiste ed è esterno; è disponibile come una memoria collettiva contenuta nel hard disk del personal computer: a cui attingere per scelta, per volontà o per necessità. Non si ritrova se non in alcuni casi, una meditazione sul passato ma semmai l'orizzontalità dei mezzi e dei punti di riferimento è dominata con sicurezza e del tutto lontana da un rapporto di citazione con la storia dell'arte.
        Nel lavoro di Francesco Bernardi che si affida all'immagine riprodotta fotograficamente, sia in modo diretto che attraverso un procedimento di selezione e duplicazione del già fatto, si impagina un contrasto tra i meccanismi del vedere e del guardare. Le immagini prelevate dalla banalità del quotidiano conservano spesso delle zone morte. Così come la distanza tra la realtà, finzione e messa in scena, può essere svelata in momenti successivi da un procedimento di blow-up. L'ingrandimento esasperato di un particolare del tutto secondario, individuato in una serie di immagini tratte dagli annunci delle riviste pornografiche, disvela una serie pressochè infinita di rivelazioni ambientali e di tratti intrusivi di una fenomenologia del quotidiano riflessa su modelli comportamentali anonimi. In altri casi questo atteggiamento di indagine e di rilievo si applica direttamente sulla realtà, sul paesaggio domestico. E allora gli strumenti diventano più sofisticati e l'occhio fotografico dell'artista si arma di teleobiettivo, per penetrare, non visto, in un'altra forma di intimità (Intervento alla mostra "Soggetto-soggetto" al Castello di Rivoli, Torino). In questo caso a prevalere non è solamente l'aspetto voyeristico, che in fondo si svela e si denuncia lasciando i "reperti" dell'azione sul luogo stesso del "puntamento" e consentendo al visitatore di ripercorrere e di rintracciare (attraverso il telescopio) gli eventi e i frammenti di realtà individuati. Ma, al tempo stesso, propone una forma di complicità nella visione che comunica un modello di relazione interpersonale dai tratti ambigui e sofisticati. In altri interventi l'immagine fotografica di un "paesaggio" abitato e "spiato" a distanza (p.e.: un ristorante sull'autostrada) viene dilatata e presentata nelle dimensioni di uno schermo cinematografico: "fotogramma" reale di una storia interrotta o scenario mimetico di un set in costruzione.
        Sergio Capone è interessato ad indagare e, in un certo senso, a svelare i meccanismi impliciti ed espliciti che regolano il sistema mercantile dell'arte. Così come la funzione del prodotto, a volte sofisticato e misterioso, che entra nel circuito delle merci attraverso un canale distributivo anomalo.
        Per verificare e controllare la dinamica comunicativa di un processo di standardizzazione del consumo, propone un distributore automatico di opere d'arte, a cui significativamente ha dato il nome di "Art Vendor". Progettazione, collocazione (in luoghi di pubblico transito) e strategia di marketing, seguono normalmente i criteri pù consueti. Solamente il "prodotto" si differenzia in quanto si dichiara "opera d'arte" e obbliga l'acquirente ad effettuare il suo acquisto reale a scatola chiusa. L'oggetto, il "prodotto" così offerto si rivela nell'ordine di una apparente banalità, su cui l'artista ha impresso il segno o il marchio indelebile e fragile al contempo della sua individualità. Tanto da trasformarlo in un unicum e da caratterizzarlo all'interno di un paradigma che separa e distingue il concetto stesso di consumo da quello di valore e di funzione. In altri lavori e installazioni il procedimento assume le caratteristiche di un rapporto di contaminazione tra i linguaggi e i media della contemporaneità sottoposti ad un procedimento di assimilazione e di contrasto.
        Meno interessato ai problemi e ai processi di trasformazione e di comunicazione del prodotto artistico, Giuseppe Cestari affronta, in un modo che si potrebbe definire più tradizionale, le scansioni e le possibilità di combinazione tra immagini e materiali tra forme definite e assolute e quasi repertoriate in un'alternanza di suggestioni bi e tridimensionali, le immagini riprodotte in fotocopia scandiscono una geometria di pieni e di vuoti. Contenitori e scatole accostate o dotate di cerniere stabiliscono una sorta di controllata ars combinatoria, dove l'estrema eleganza dei rapporti cromatici e della inalterata configurazione dei materiali stabiliscono un equilibrio rigoroso ed enigmatico. Le diverse configurazioni sollecitano un'idea assolutamente pittorica e sebbene la griglia possa richiamare alla mente una disposizione di carattere tipografico, di blocchi e di moduli contrapposti, l'insieme si proietta in un ribaltamento e in un capovolgimento degli schemi tradizionali della "natura morta". Una sorta di distanza e di partecipato distacco "metafisico" rendono evidente la diversa contestualità della riproduzione di una riproduzione e la relativa distanza, colmata dalla consapevolezza di una vertigine nella percezione del reale e dell'artificiale, dell'originale e della copia.
        Nell'attività complessa e variegata della coppia Cuoghi & Corsello si intrecciano e si mischiano, senza soluzione di continuità, i parametri di una integrazione non retorica tra arte e vita, tra comportamento estetico e invenzione di modelli cangianti e di transito da una parte all'altra. Attraverso un missaggio strettamente controllato dei mezzi scelti di volta in volta, per abitare i luoghi e i non luoghi della cultura metropolitana, investono la totalità delle loro esigenze nella proiezione rischiosa di una utopia realizzata. La musica, la tecnologia ricondotta ad una dimensione di assemblage funzionale, i "graffiti" che mappano e ridisegnano una segnaletica di resistenza e di identità preservata, assieme alla catalogazione repertoriale e magmatica di una fusione artistica con la realtà e tutti i suoi doppi, qualificano il significato di una stratificazione inventiva in continuo mutamento. Pulsioni istintive e corporali, sessualità e sublimazione, biologia residuale e catartica sacralizzazione della realtà, penetrano e si condensano negli strati profondi di una concezione del mondo come accumulo e come selezione di "sensibilità". Sempre più la loro "casa-mondo", il loro "Giardino dei Bucintori", rimette ordine e ridisegna una cosmologia di convivenze, dove magico e razionale non esprimono un contrasto.
        Per quanto riguarda l'attività complessiva di Emilio Fantin, occorre avvantaggiarsi e avventurarsi nei meandri e nelle pieghe di una riflessione di carattere concettuale. Tuttavia con una puntuale avvertenza che consente di distinguere un tale approccio con quello più propriamente storico della cosiddetta Arte Concettuale. Le sostanziali differenze (che d'altro canto appartengono anche ad altri esponenti di questa giovane generazione) sono da individuare nel ruolo fattuale rivestito dall'artista stesso, che trae dalla linfa della speculazione mentale, una materia da "forgiare" sul piano fattivo della realtà. Di conseguenza non solo statement, ma bensì luoghi fisici ed azioni reali. Alcune con il carattere di veri e propri accadimenti o di performances, dove il ruolo dell'artefice primo assume i connotati dell'organizzatore o del semplice strumento per la conoscenza guidata all'interno di un progetto o di una vera e propria produzione. Non per niente Fantin ha anche associato al suo nome proprio il termine "diffusion" e sotto questa sigla "collettiva", propone "concerti", viaggi, percorsi, mostre e manifestazioni come veri e propri seminari di studio. Il coinvolgimento del pubblico si trasforma in una sorta di adesione e di impegno. In questo caso l'arte, la comunicazione, la riflessione filosofica o estetica non sono demandate alla pura produzione di "oggetti"; e sebbene questi non manchino nel lavoro di Fantin, ne costituiscono solo un precipitato, una condensazione conoscitiva per galvanizzare l'intera dinamica del progetto in una forma effettiva di esperienza.
        Anche il gruppo di tre artisti Mala - Arti Visive, procede ed interviene a modificare i rapporti tra arte, estetica e comunicazione legittimando procedure e processi tratti sia dell'universo mass-mediale sia dalla realtà contestuale, all'interno della quale intendono intervenire. Ancora una volta assistiamo ad una sorta di delega apparente agli oggetti di produzione (penso e mi riferisco ai "Quaderni", distribuiti normalmente nelle cartolerie e nelle fiere di settore) e al loro massimo grado di circolazione "fuori" dal circuito privilegiato delle gallerie e dei musei. A cui tuttavia non si rinuncia del tutto, in quanto i "Quaderni" debitamente ritornati ai promotori dagli stessi acquirenti che hanno aderito all'invito, sono stati esposti in un circuito di gallerie preventivamente organizzato. E in questa sede il visitatore era autorizzato a fotocopiare i quaderni o le pagine elaborate, disegnate o scritte dai più o meno anonimi fruitori/consumatori. In altre occasioni i rapporti di relazione con il pubblico sono stimolati da volantini, manifesti o da postazioni audio-informative, collocate all'interno di un circuito espositivo di cui fanno parte integrante. In questa consuetudine alla relazione e al disvelamento anche le immagini piùù consunte e logorate di un "Paesaggio", possono ridisegnare un orizzonte di riferimento, un panorama anonimo, ma in grado di contenere una traccia di storia e un punto "mediato" di ricostruzione visiva e mentale.
        Per Michele Mariano il lavoro sul corpo fisico e reale o sulle sue proiezioni altrettanto reali in chiave tecnologica, costituisce un filo conduttore ininterrotto. Anche quando apparentemente la corporeità si fa più impalpabile ed evanescente e si presta a sconfinare nella mutazione e nella sostituzione "virtuale".
        La rappresentazione del corpo procede attraverso un luogo di interazione simbolica, in cui l'esoscheletro partecipa ad un desiderio di trascendenza. E, al tempo stesso, comunica una necessità di superamento della propria forte identità. Trasformandosi, moltiplicandosi in effige o indossando una seconda pelle di riconoscimento sociale, si moltiplicano le percezioni connesse ad una integrità forse perduta. In questo modo la chiave allegorica che posiziona la figura di un modello infantile di mutazione, può richiamarsi alla sontuosità di una rappresentazione pittorica del passato. In eguale misura, il corpo presente si reinventa e si dilata a concludere non tanto un patto faustiano, ma un vero e proprio contratto, stilato in rigorosi termini "giuridici" dal nostro Mariano, che ci invita a donare un nostro "osso", una parte del nostro scheletro.
        Eva Marisaldi, artista ormai piuttosto nota, non solo a livello nazionale, riflette fedelmente le tensioni di ricerca di questa nuova generazione. Sia motivando un percorso in termini rigidamente e strettamente personali, sia modificando sensibilmente i mezzi e i linguaggi di una condizione comunicativa intensa e non dispersa nei rituali di pura e semplice rappresentazione. Il ricorso al corpo come presenza ineluttabile e di confronto-scontro con il mondo, viene scandito sulle tracce di un movimento o di un gesto, a volte, impercettibile, ma destinato a fissarsi in forme ed immagini di forte suggestione. Disegni, video, allevamenti impalpabili di polveri, pozze di sabbie mobili, cancellazioni e ricami, immagini sonorizzate dalle frequenze più intime e segrete, fiumi di carta e diademi di frammenti di vetro, non sono che alcuni segmenti di una sorta di impalpabile "sinopia" che l'artista traccia sulla pelle viva e ferita del mondo.
        Per Sabrina Mezzaqui il senso e la dinamica di una relazione con il mondo, filtrano attraverso una mediazione in cui affiorano caratteri e misure in grado di sostenere un rapporto evocativo con le problematiche, i temi e ele forme di un'appartenenza generazionale, amplificata nel riconoscimento di un ruolo e di una identità. Tutto ciò consente, nella variazione dei mezzi espressivi, una sorta di vocazione privilegiata ad introiettare disagi ed inquietudini. E a dare loro una collocazione in termini ambientali sia a livello di smaterializzazione percettiva, sia come immersione, a pieno titolo, nella caparbietà di un lento lavorio di trame, di disegni e di moduli decorativi che trattengono il tempo dell'esecuzione e lo rimandano ad un efficace riscatto in chiave femminile. Tuttavia le stesse inter-relazioni riportate sul piano del confronto con uno scambio di evocazioni dall'immaginario infantile, provocano uno scarto ed una deflagrazione delle consuetudini e dei luoghi comuni delle definizioni a senso unico.
        Nel lavoro "plurale" di Federico Pagliarini si deve riconoscere un'attitudine (per altro già ben formalizzata) a ridefinire il ruolo e la funzione dell'artista non solo nei termini assoluti di un'identità individuale. Il percorso compiuto attraverso una serie di coinvolgimenti diretti ed indiretti, nel proprio lavoro e nella propria scelta operativa, da parte di persone vicine, di amici e di famigliari; nonchè di sconosciuti coinvolti nella dinamica di un gioco di ruolo o come spettatori volontari di una trasmissione televisiva, rimette in discussione il significato dell'arte in una proiezione di impegno sociale. E, al tempo stesso, attiva un procedimento di ironico distacco non tanto nei riguardi di chi si è lasciato coinvolgere (che viene "premiato" con una medaglia), quanto piuttosto al sistema asfittico dei percorsi "chiusi" dell'arte che riflette su se stessa. L'apertura ai canali ed alle forme di relazione più consone delle identità e dei ruoli, qualifica un tratto comune che si consolida nelle differenze.
        Anche Andrea Sperni riconosce nella prassi di un lavoro rigoroso e consolidato dai referenti di una realtà trasformata in esperienza, l'urgenza di un diverso processo di conquista (o di perdita) di una identità allargata a distesa.
        La presenza consolidata del disagio del corpo, messo in relazione con la prospettiva ravvicinata di uno scontro fisico e "metafisico" con il rischio e con il gioco, come forma di sopravvivenza, ridefinisce la capacità di rinchiudersi in un "angolo" senza vie di fuga. Nonostante tutto, le "nuove lamentele" riportano la consapevolezza sui binari di una comunicazione investita di un inedito atteggiamento costruttivo. Lo spostamento e lo slittamento da un piano all'altro della realtà come presa di coscienza personale e collettiva, si riflettono a colmare fino all'orlo il "buco nero" della finzione e dell'apparenza.

Roberto Daolio


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