Il testo originale della mostra
Un allestimento graffiante e provocatorio quello di Capone, un allestimento
che non vuole rirnanere muto.
C'è finalmente il coraggio, la voglia, anche spregiudicata, di superare la patinata
barriera degli anni '80 per riconfontarsi con le complicate trame dell'impegno civile.
Quella di Capone è una riflessione che sgorga dalle inquietudini sociali e politiche
della storia più recente e che vuole denunciare l'ambiguità dei mezzi di comunicazione,
la falsificazione dei messaggi nel sistema della declamazione e dell'oratoria televisiva
tanto potente da alterare il senso della storia individuale e sociale.
L'installazione che ci propone è una macchina complessa dove ogni elemento visivo e
uditivo si apre a sensi diversi e moltiplicabili. Ad un primo livello di lettura un filo
rosso sembra indicare, forse come centro d'attenzione due immagini fotografiche di oratori
decapitati ( senza possibilità di pensiero e parola) alle loro spalle spicca il tricolore
italiano. Davanti a loro microfoni muti (uno fotografico, l'altro vero). Le fotografie
paiono truccate, manomesse, ma in realtà è l'apparecchio che le ha prodotte ad essere
stato manomesso. Ai microfoni muti posti davanti ai ritratti si contrappone un malore
diverso in Galleria. E' quello vero della città prodotto in tempo reale da due casse
amplificate e collegate a due microfoni distinti posti al di fuori della galleria.
Risultato: la proposizione del malore esterno all'interno della galleria d'arte. Tutto
ciò dinanzi a betoniere immobili e impolverate.
Togliere quindi la parola all'oratore, restituirla ad una dimensione ed un tempo reale, ma
anche infrangere il muro della galleria, rompere l'idea di Galleria come limbo
incontaminato, luogo protetto da una perenne quarantena artistica. Essere finalmente
coinvolgenti e coinvolti. [Alessandra Anderlini. 1993] |